Il 29 aprile 2026 è la prima commemorazione della Giornata Internazionale in ricordo delle vittime dei terremoti. La ricorrenza non è nata da un’iniziativa isolata: il 29 aprile 2025, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità una risoluzione proposta dall’Uzbekistan, dal Cile e dalle Filippine, co-firmata da oltre ottanta paesi che ha istituito questa data nel calendario internazionale delle giornate di sensibilizzazione. L’UNDRR, l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi, ne coordina l’osservanza. Lo slogan scelto è deliberatamente triplice: Ricorda. Proteggi. Costruisci resilienza.
La data del 29 aprile non è casuale, cade in prossimità del 60° anniversario del terremoto che il 26 aprile 1966 devastò Tashkent, in Uzbekistan, città da cui l’iniziativa ha preso impulso politico. Ma il significato della giornata è intenzionalmente universale: i terremoti non rispettano confini amministrativi e la storia sismica dell’umanità si estende su quasi tutti i continenti.
Per l’Italia, quella data ha un peso specifico che non richiede enfasi retorica. I numeri bastano.
L’Italia sismica: una storia scritta nella memoria
Poche nazioni al mondo hanno un rapporto con i terremoti così lungo e documentato come l’Italia. Il paese si trova nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica: una posizione geologica che lo rende strutturalmente esposto a una sismicità elevata e diffusa lungo tutta la dorsale appenninica, nelle aree calabro-siciliane e in parte del nord-est. Tra i 1.300 terremoti distruttivi registrati nell’area mediterranea negli ultimi due millenni, oltre 500 hanno colpito il territorio italiano.
Il bilancio del solo Novecento supera le 130.000 vittime. Alcune date sono diventate parte della memoria collettiva nazionale.
Il 28 dicembre 1908, alle 5:20 del mattino, un terremoto di magnitudo 7,1 distrusse Messina e Reggio Calabria in 37 secondi. Metà della popolazione di Messina perse la vita: le stime parlano di circa 120.000 morti complessivi tra le due città. Fu uno dei terremoti più letali della storia europea moderna, e la risposta internazionale che ne seguì segnò uno dei primi esempi documentati di cooperazione umanitaria su scala globale.
Il 13 gennaio 1915, la Marsica, il territorio attorno ad Avezzano, in Abruzzo, fu rasa al suolo da una scossa di magnitudo 7,0. Oltre 30.000 vittime in un’area prevalentemente rurale, con edifici costruiti su suoli amplificanti e senza alcuna concezione antisismica. La proporzione tra l’intensità del sisma e il numero dei morti rifletteva, già allora, un problema che avrebbe accompagnato l’Italia per un secolo: la vulnerabilità del patrimonio edilizio esistente.
Il 6 maggio 1976, alle 21:00, una scossa di magnitudo 6,5 colpì il Friuli. Circa 990 vittime, 80.000 sfollati, 111 comuni danneggiati. Nei mesi successivi si verificarono repliche di elevata intensità, l’11 e il 15 settembre 1976, che aggravarono ulteriormente le condizioni di una popolazione già in emergenza. La ricostruzione friulana è rimasta per decenni un riferimento internazionale: un territorio che scelse di ripartire adottando criteri antisismici allora tutt’altro che diffusi, anticipando standard che solo negli anni successivi sarebbero diventati normativi. Il 6 maggio 2026, a soli sette giorni da questa prima Giornata Internazionale, cadono i cinquant’anni da quell’evento. Le due date si trovano, quest’anno, in una prossimità cronologica che non è simbolica ma reale.
Il 23 novembre 1980, alle 19:34, un terremoto di magnitudo 6,9 colpì un’area vasta tra la Campania e la Basilicata, nell’Irpinia. Durò oltre un minuto. Le vittime furono 2.914, i feriti oltre 9.000, gli sfollati più di 400.000. Il ritardo nei soccorsi – alcune comunità rimasero isolate per giorni – provocò un’indignazione pubblica che diede impulso alla nascita del moderno sistema della Protezione Civile italiana. L’Irpinia è ancora oggi citata nei corsi di gestione delle emergenze come caso di studio sulle conseguenze dell’impreparazione istituzionale.
Il 6 aprile 2009, alle 3:32, L’Aquila fu colpita da una scossa di magnitudo 6,3. Morirono 309 persone. Crollarono la Casa dello Studente, edifici pubblici. Oltre 80.000 persone furono sfollate. Il terremoto de L’Aquila ha aperto un dibattito scientifico e politico che non si è ancora del tutto chiuso. Quindici anni dopo, parti della città sono ancora cantieri.
Il 24 agosto 2016, alle 3:36, una scossa di magnitudo 6,0 olpisce duramente, tra le altre, Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Fu l’inizio di una sequenza sismica che l’INGV ha catalogato come “sequenza Amatrice-Visso-Norcia”: oltre 118.000 eventi sismici registrati nell’arco di mesi, con un picco il 30 ottobre 2016, quando una scossa di magnitudo 6,5, la più forte in Italia dal 1980, colpì l’area di Norcia. Il bilancio complessivo della sequenza fu di 299 morti.
Questi eventi non sono una serie di sfortune accumulate. Sono il prodotto di due fattori combinati: l’elevata pericolosità sismica del territorio e la vulnerabilità di un patrimonio edilizio costruito in larga parte prima dell’introduzione di normative antisismiche adeguate. La distinzione è rilevante perché cambia radicalmente la prospettiva sulle possibilità di intervento.
I terremoti non uccidono le persone: uccidono gli edifici mal costruiti
La frase è di Kamal Kishore, Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per la riduzione del rischio di catastrofi e direttore dell’UNDRR. È una formulazione diretta, deliberatamente provocatoria, e scientificamente corretta. La pericolosità sismica di un territorio, la probabilità che si verifichi un terremoto di una certa intensità in un certo intervallo di tempo, è un dato naturale su cui l’intervento umano ha un’influenza nulla. Il rischio sismico, però, non è solo pericolosità: è la combinazione tra pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Su questi ultimi due fattori, la scienza e l’ingegneria possono intervenire in modo sostanziale.
Le strutture si possono progettare per resistere ai terremoti, o per dissiparne l’energia senza collassare. Gli edifici esistenti si possono adeguare. I professionisti si possono formare. Le normative si possono aggiornare. I sistemi di allerta “early warning” si possono costruire. Tutto questo richiede investimento, volontà politica e competenza tecnica: ma nessuno di questi elementi è scientificamente impossibile. Il problema italiano non è la mancanza di conoscenza. È la distanza tra quello che la ricerca ha prodotto e quello che il territorio costruito esprime.
L’Assemblea Generale dell’ONU ha fondato la Giornata del 29 aprile anche su questo riconoscimento: che la prevenzione sismica non è una materia accademica, ma una scelta politica e tecnica con conseguenze dirette sulla sopravvivenza delle persone. Il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030, che fa da cornice concettuale alla ricorrenza, identifica quattro priorità d’azione: comprendere il rischio, rafforzare la governance, investire nella riduzione del rischio e migliorare la prontezza per una risposta efficace e un recupero che sia “build back better”. Non sono obiettivi astratti. Sono un programma di lavoro misurabile.
Il ruolo di Fondazione Eucentre
Fondazione Eucentre è stata costituita a Pavia nel 2003 come ente privato non profit. I suoi soci fondatori sono il Dipartimento della Protezione Civile, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l’Università degli Studi di Pavia e la Scuola Superiore IUSS Pavia. La missione è operativa: produrre ricerca applicata nel campo dell’ingegneria sismica e formare professionisti capaci di tradurre quella ricerca in pratica progettuale e normativa.
I laboratori della Fondazione sono tra le infrastrutture di ricerca più avanzate nel settore a livello europeo. Lab01 ospita una tavola vibrante uniassiale da 140 tonnellate, in grado di sottoporre strutture di dimensioni reali a sollecitazioni sismiche riproducendo accelerogrammi reali o sintetici. Lab02 è dotato di una seconda tavola vibrante a sei gradi di libertà da 30 tonnellate che, dal 2022, può operare in una configurazione a nove gradi di libertà unica al mondo, aprendo possibilità sperimentali che fino a pochi anni fa non erano tecnicamente accessibili. Il Mobile Lab, l’unità droni e di monitoraggio completano la capacità di intervento diretto sui siti.
I risultati di queste attività entrano nei dibattiti normativi europei e internazionali, nelle linee guida tecniche di enti pubblici, nelle valutazioni di sicurezza di infrastrutture critiche.
ROSE School, il programma di alta formazione attivo dal 2001 e riconosciuto come Erasmus Mundus dal 2006, offre master, dottorati e corsi avanzati in ingegneria sismica. In oltre vent’anni ha formato centinaia di ingegneri e ricercatori provenienti da tutto il mondo, molti dei quali oggi operano in contesti regolatori, progettuali e accademici nei rispettivi paesi d’origine. La scuola è uno dei rari casi italiani in cui la formazione post-laurea in un settore tecnico-scientifico specializzato ha raggiunto una visibilità e una reputazione genuinamente internazionali.
La giornata del 29 aprile è l’occasione per misurare questa missione alla luce della storia sismica del paese in cui Eucentre opera. I terremoti che hanno segnato l’Italia nel corso del Novecento e dei primi decenni del Duemila non appartengono al passato in senso astratto: alcune delle aree colpite sono ancora in fase di ricostruzione, le normative che avrebbero potuto ridurre il numero delle vittime esistevano in parte già al momento degli eventi, il dibattito sull’adeguamento sismico del patrimonio edilizio è aperto e irrisolto.
Il contributo di Eucentre a questa storia si misura in prove su strutture, in ingegneri formati, in protocolli di valutazione sviluppati, in collaborazioni allo sviluppo normativo, in attività di divulgazione e sensibilizzazione della popolazione. Non è un contributo che si chiude in una giornata. Ma una giornata come questa costituisce una misura utile di quanto resta da fare.
Eucentre è una Fondazione di diritto privato senza scopo di lucro che persegue una missione di ricerca, formazione e erogazione di servizi nel settore dell’ingegneria sismica e, più in generale, dell’ingegneria della sicurezza
Eucentre promuove Scienza, Ricerca e Innovazione a beneficio della collettività, offrendo metodologie mirate e soluzioni concrete per prevenzione, sicurezza e resilienza. Collabora con istituzioni e imprese, diffondendo competenze orientate al vantaggio comune.
Eucentre conduce ricerche sull’ingegneria sismica e sulla riduzione del rischio attraverso test di laboratorio e analisi numeriche. L’obiettivo è migliorare il comportamento sismico delle strutture e dei terreni e sviluppare tecniche innovative antisismiche
Eucentre conduce attività di ricerca su ingegneria sismica e riduzione del rischio, attraverso prove di laboratorio e analisi numeriche, per migliorare il comportamento sismico di strutture e terreni e sviluppare tecniche innovative di consolidamento antisismico.
La Fondazione promuove attività formative diversificate e di alta qualità, rivolte a contesti accademici e professionali, con programmi e iniziative costantemente aggiornati e innovativi per rispondere alle esigenze in continua evoluzione del settore e della società
Eucentre assicura una comunicazione per informare istituzioni, professionisti e cittadini sulle attività e i progetti in corso, con l’obiettivo di diffondere contenuti e conoscenze utili e accessibili a tutti. Contribuisce a promuovere una cultura della prevenzione e della resilienza, condivisa e consapevole.
